Archivio | agosto, 2013

#insoliteLocation

31 Ago
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Non più soltanto i consueti spazi aziendali ma anche conventi e vecchi tunnel: può sembrare strano ma stiamo parlando dei luoghi scelti per tenere meeting di lavoro; e questi appena citati non sono di certo i più stravaganti.

 

L’impresa multinazionale Regus, che si occupa di fornire spazi di ufficio flessibili, ha elaborato un ranking dei posti più singolari in cui hanno avuto luogo riunioni lavorative, basandosi sulle testimonianze di ventiseimila partecipanti provenenti da circa novanta Paesi.

 

Le scelte più bizzarre sono costituite da una serra di piante, un ospedale, un treno, una nave da guerra e un ascensore rotto; ma anche luoghi ‘normali’ quali bar, ristoranti e spiagge sono stati ugualmente tenuti in considerazione.

 

I più comuni rimangono tuttavia automobili, caffè, camere di hotel, aerei ed aeroporti; meno frequenti, ma comunque presenti, sono sale da bagno e funerali.

 

Per quanto riguarda l’Italia, la top ten dei meeting lavorativi non ha certo nulla da invidiare agli altri Paesi in termini di bizzarria. Al primo posto abbiamo una linea di produzione per pneumatici seguita da: un castello danese, la foresta pluviale dell’Amazzonia, il Chiostro del Duomo di Milano, una lavanderia automatica, una tenda su un lago ghiacciato, un frantoio, una piattaforma in mare aperto, una centrale elettrica sotterranea ed infine una cabina di funivia sul Passo dello Stelvio.

 

Mauro Mordini, general manager di Regus Italia, ha sottolineato come la scelta di location inconsuete sia un segnale forte di quanto siano diventate flessibili e di ampie vedute le persone nel mondo degli affari. “I luoghi riportati nel sondaggio – afferma – potrebbero non piacere a tutti e sicuramente alcuni di essi potrebbero dare adito a riflessioni in termini di sicurezza e professionalità. Per i professionisti meno avventurosi, nel mondo è disponibile una rete di luoghi di lavoro ampia, produttiva e professionale, che aiuta a concentrarsi sugli obiettivi anziché sui luoghi insoliti circostanti”.

 

 

#Michela

 

 

 

#ilpianodiLetta

29 Ago

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by  #Ignazio(Ignant)Piscitelli

#CensuraMadeInJapan

29 Ago
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Nel continente asiatico non sono di certo una novità i casi di censura nell’arte e spesso ad essere presi di mira sono i manga giapponesi: di solito questi ultimi vengono messi al bando per la presenza di espliciti motivi sessuali o a causa di un’eccessiva violenza delle storie e delle immagini. Nel 2010 venne approvata una legge che impediva l’utilizzo nei manga di personaggi dai tratti infantili raffigurati in atti erotici; gli autori ovviamente non accettarono il provvedimento, che fu da loro visto come una negazione della libertà d’espressione.

A generare nuove polemiche oggi è il ritiro dal commercio di ‘Hadashi No Gen’, un classico del 1973 di Keiji Nakazawache che ha riscosso fin da subito un enorme successo. Il manga, che racconta gli orrori della Seconda Guerra mondiale, con un lungo e dettagliato riferimento all’episodio della bomba atomica di Hiroshima, fu pubblicato per la prima volta in un numero speciale della rivista ‘Weekly Shonen Jump’; la storia venne poi distribuita in dieci volumi e la sua fortuna aumentò progressivamente. ‘Hadashi No Gen’ venne infatti ristampato varie volte e tradotto in ben 20 lingue, italiano compreso e la trama fu riadattata per il cinema, per il teatro e la tv, con disegni dei cartoni animati.

Ad ordinare il ritiro dalle biblioteche delle scuole primarie di tutti gli esemplari del manga è stato il consiglio scolastico della regione di Matsue: i suoi membri, pur riconoscendone il valore storico ed educativo, hanno puntato il dito contro scene di violenza relative ad azioni dell’esercito giapponese che potrebbero avere ripercussioni sulla crescita interiore dei ragazzi. Il libro infatti viene spesso usato nelle scuole perché i professori si servono delle storia di Gen e della mamma, superstiti di Hiroshima, per avvicinare concretamente piccoli studenti alla storia passata del Giappone e agli orrori della guerra. Non a caso fu proprio questo il proposito con cui Keiji Nakazawa, morto lo scorso anno, lo scrisse: anche lui era un sopravvissuto di Hiroshima, assieme alla madre, a differenza del padre e dei fratelli. Anche lui voleva che tutti ricordassero e decise di regalare al suo Paese e al mondo intero un invito alla pace con delle immagini emblematiche e veritiere, con il racconto di una storia, sostanzialmente la sua; così lui, che ha conosciuto il dolore e l’orrore, ha universalizzato l’invito al ricordo e la speranza per un futuro di pace con uno dei mezzi di comunicazione più diffusi, con l’arte di narrare per immagini.

Sta di fatto che le numerose contestazioni sorte a seguito del provvedimento del consiglio scolastico già ne hanno obbligato i membri ad affermare pubblicamente che riprenderanno presto in esame la questione; ma nel frattempo non è più possibile reperire il manga.

#Michela

 

 

 

 

#Capitan’MurricaSalvaIlMondo

29 Ago

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È dal  giugno del 1950 che ci provano. Davvero, ci provano, ma è più forte di loro. Si sono sentiti i salvatori del mondo civilizzato quando nell’aprile del ’45 misero fine alle ostilità (almeno a quelle armate) del conflitto più sanguinoso della Storia. Da allora, come una vecchia stella del cinema decaduta, gli Stati Uniti d’America cercano di replicare il successo ottenuto tempo addietro con quel capolavoro di logistica e strategia che li ha portati di diritto in cima al Mondo civilizzato (o almeno così ci piace chiamarlo). Così, fiutando in giro per la NATO, hanno sfruttato l’incapacità bellica francese, anch’essa alimentata a ricordi, per gettarsi nella mischia e riconfermarsi paladini della giustizia imbarcandosi in un conflitto impegnativo come quello coreano dei primi anni ’50 e da cui sono usciti a testa bassa. Ma il Fato è generoso, ed ancora una volta gli si offre il destro, stavolta in Vietnam; un paese dagli equilibri ancora più delicati, in cui non era il caso di mettere piede con la mentalità occidentale ed una motivazione debole, e invece no. Al grido di “cepensoio” sono arrivati gli americani. Sappiamo bene tutti come è stato difficile dichiarare di non aver perso la guerra mentre si stavano imbarcando sugli elicotteri dal tetto di quell’ambasciata di Saigon. Ma gli americani hanno la testa dura, e decidono da bravi protestanti di impegnarsi ancora di pù nel lavoro per meritare il Paradiso. Così, in piena guerra fredda, si mettono a spalleggiare un nemico fastidioso per i russi (che, forse, non dimenticheranno mai questo piccolo torto) quali i mujaheddin e che, col senno di poi, forse non era poi tanto il caso di addestrare e finanziare. Nel frattempo arrivano gli anni ’90 che spazzano via il riflusso del decenio precedente e, carichi di ottimismo, abbattono il confine di cemento nel centro d’Europa. Il Popolo Democratico decide che è ora di cambiare il volto del medio-oriente stavolta e si getta a capofitto neli sabbiosi paesaggi iracheni, dopo aver tenuto d’occhio la situazione di quel paese alle prese con l’Iran; tanto che al primo passo iracheno sul confine del Kwait piombò in quel paese un intero contingente internazionale. Fatto curioso: pur “vincendo” la guerra, gli U.S. ne uscirono adombrati per l’opinione pubblica per via della diffusione mondiale delle immagini di cosa sia una guerra. Chiunque avrebbe imparato la lezione, a questo punto, ma gli americani son testoni, e decidono di riprovarci dieci anni dopo, nel 2003 (tralasciamo Mogadiscio e facciamo un salto temporale), di nuovo in Iraq (se la sono legta al dito). Stavolta ci vanno per rovesciare Saddam e fare il culo al terrorismo internazionale; e già che ci sono, vanno a cercare anche quel cattivone di Osama in giro per le grotte afghane perché, ora, non sono più amici dato che i russi stanno buoni e che ha ordinato la distruzione del simbolo del potere capitalista e bla… bla… bla… (o forse sa troppo). Sta di fatto che dopo altri dieci anni di 5.56, si accorgono che sarebbe stata un’altra guerra che non avrebbero potuto vincere e nel 2011 iniziano aritirarsi dalla Mezzaluna Fertile. Arriviamo ad oggi, ad un 2013 brillante di fosforo e razzi in tutto il mondo arabo mediterraneo. La “primavera araba”, incoraggiata dalle potenze occidentali, si espande rapidamente fino ad arrivare in Siria. Dapprima ignorata da tutti, dopo circa un anno di scontri finalmente ottiene visualizzazioni su youtube e diventa un caso internazionale talmente scottante da far chiedere aiuto a gran voce ai valorosi Stati Uniti d’America. Peccato che la richiesta venga da tutti tranne che dalla Siria stessa, schiacciata in un terrificante abbraccio fra l’intervento americano e il disappunto cino-russo per aver creato le condizioni tali per cui Capitan Obama si sentisse in dovere di “aiutare” un paese in difficoltà. Che fare oggi, dunque? La palestrata e rodata logistica guerriera degli U.S.A. schiaccerebbe esercito e ribelli siriani in meno di una settimana, ma che farà quando si troverà davanti allo sguardo nervoso di mamma Russia?

Va bene riprovarci, ma non imparare dai propri errori è indice di stupidità più che di tenacia.

 

#Giampaolo

#GenerazioneZero

29 Ago

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Non è stato un momento. Non c’è stato uno strappo. La fede nel “futuro”  è stata consumata, erosa, raschiata via pian piano già con le prime pubblicità nelle reti private. E’ iniziato lentamente, tanto che non se ne è accorto nessuno. Non ce ne siamo accorti noi -allora bambini- e non se ne sono accorti i nostri genitori –troppo impegnati realizzarsi e guadagnare per noi… e anche un po’ per loro stessi.

Cominciò con la tv in cucina.

Cominciò tutto con quell’affaccio serale sul respiro del Mondo, con l’arrivo nelle case quella vespertina luce blu dell’ottimismo e del calore a lumeggiare le finestre nella notte cittadina. Arrivò il mondo a colori delle partite di calcio, dei varietà e le notizie dal fronte brillarono finalmente di prezioso rosso. Ricordo uomini, una notte di novembre, saltare e danzare sulle macerie. Ricordo che i miei occhi di bambino esitarono sui colori accesi di quei sassi e sui picconi abbracciati come fossero vivi. Ricordo che non capivo, pur condividendo l’entusiasmo.

A mano a mano siamo stati persuasi che il futuro in arrivo sarebbe appartenuto alle nostre giovani mani, che presto sarebbe dipeso solo da noi, che avremmo finalmente potuto farne l’opera d’Arte non riuscita a “Loro” –i grandi- e che la stavano preparando per il “Nostro” bene.

Oggi ho quasi trent’anni e mi dicono che quel futuro è ancora in costruzione ma che presto sarà pronto per me.

Oggi i miei anni vedono che quel “Futuro” di cui mi si narrava da bambino è arrivato; solamente un poco differente da quella splendente favola raccontata ad un ragazzino agitato.

Oggi ho quasi trent’anni anni, quel tempo mitizzato è qui.

Ho visto la tecnologia crescere a dismisura, coprire distanze ritenute impensabili, camminare sui fondali e congelare fra le stelle; eppure ho visto anche l’uomo dimenticare, abbassando lo sguardo sempre di più; perdendo di vista l’avvenire, sempre più; fino a vedere solo il presente.

Ho visto l’uomo iniziare a temere il tempo ormai nemico, ormai spettro da tenere a bada. L’ho visto spaventato da scadenze e date, l’ho visto dedicare la propria vita al demone della Fretta dimenticando la pazienza; non ricordando che il Tempo è sempre poco se vissuto con frenesia.

Il Futuro tanto venerato ieri, oggi è fra noi; e sono ancora gli stessi che lo invocavano allora a parlarne adesso come se non fosse mai giunto, come se dovesse arrivare e per nulla intenzionati a mantenere la promessa di lasciarlo: perché solo “ora” e “ieri” sono certi per un uomo che invecchia.

Così il tempo che sarebbe dovuto essere “Nostro” giace fra gli avanzi dei fast food, negli incarti delle merendine, nella benzina verde, nei centri commerciali, nei social network che fanno di una vita mediocre un’avventura da provare. Giace fra notizie di guerre distanti che non sanno di Guerra perché la pace ritorna cambiando canale.

Ho visto la speranza di cambiare qualcosa, di lasciare un segno, spegnersi lentamente negli occhi dei genitori, cedendo posto ad uno scellerato quanto naturale istinto di conservazione. E’ per paura, è forse per sedare la loro paura di non riuscire a farcela, forse per esasperato egoismo o forse per la consapevolezza di non essere stati capaci di costruirlo davvero quel Futuro che avrebbero dovuto, un giorno, lasciarci dopo averlo promesso.

I nostri nonni ci raccontavano della guerra, di quel terrificante mostro che si nutre di uomini e ideali. I nostri genitori ci parlavano di come si siano impegnati a cambiare il mondo durante quell’onirico “1968”, sfumato pochi anni dopo nei colori del cieco terrorismo per mano di coetanei che lasciarono le aste delle bandiere in favore di mezzi più convincenti.

Per la mia generazione, invece, la guerra è poco più che un vecchio filmato in bianco e nero, un simpatico sparatutto da giocarsi in connessione con altri ragazzi: la nostra guerra si nutre di BIT; quel mitizzato “autunno caldo”, di cui si narra con toni epici a tavola, mentre si confrontano le azioni compiute da giovani fatti vecchi e vecchi ritornati giovani, nella realtà non vive che di un paio di pagine in libri sfogliati svogliatamente durante le ore di storia.

Faccio parte di una generazione di mezzo: fratelli minori di Yuppies e Paninari, figli di ribelli da primo mondo, nipoti di reduci annoiati. Pericolosamente in bilico fra le parole educate del buonismo imperante che ci vuole tutti uguali, sociali e civili; e la dissennata corsa verso lo spettro del successo, del potere, del denaro (se mai vi sia distinzione fra questi ultimi due).

Una generazione di fantasmi emotivi, che si affidano alla corrente della vita senza puntare i piedi: studio, laurea, lavoro (i più fortunati). Solamente per essere ascoltati, solamente per fare soldi, per essere considerati “qualcuno”.

Questa generazione alla deriva: dimenticati, disillusi e già sconfitti… è la mia.

Ora, chiedeteci perdono.

Chiedeteci perdono per ciò che siamo.

Chiedeteci perdono e perdonateci per la Rivoluzione che non faremo.

 

#Giampaolo

#AlessandroPrete,IlBuonCattivo

29 Ago

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Alessandro Prete è figlio d’arte, suo padre è stato un noto attore di film poliziotteschi degli anni ’70. Fin da ragazzo ha deciso di seguire le orme paterne dedicandosi al mestiere dell’attore, diventando così, in breve tempo, uno tra i più interessanti interpreti della nuova generazione.
È noto al grande pubblico per aver lavorato in numerose fiction di successo, come Distretto di Polizia, Carabinieri, Incantesimo, Romanzo Criminale, Crimini 2, e Rex.

Quanto l’essere romano ha influenzato la tua recitazione?

«Devo dire che la mia romanità mi ha agevolato in alcune interpretazioni, come quando ho recitato nella fiction Vite a perdere, alla quale sono molto legato, o come accaduto per la serie tv Romanzo criminale.
In quelle occasioni la mia romanità mi ha aiutato a creare i personaggi, anche se la romanità riprodotta in Romanzo Criminale è quella di tutt’altra epoca, una Roma degli anni ’70, molto diversa da quella attuale, in quel caso ho dovuto realizzare uno studio sul gergo, sulla cadenza, e sui modi, diversissimi da quelli dei giovani di oggi
».

Molto spesso vieni chiamato a recitare nei panni del il personaggio del “Cattivo”..
«Beh, sì, molto spesso mi capita di interpretare il ruolo del cattivo. Devo ammettere che già per motivi fisici sono portato per questa parte, e dopotutto sono molto riconoscente a questo ruolo che mi ha dato la possibilità di farmi conoscere dal pubblico, un ruolo che mi gratifica, e per il quale mi diverto a lavorare cercando di non cadere mai nei soliti clichè».

Cinema, tv, e anche molto teatro, che oltre a vederti nei panni di attore ti vede anche in qualità di autore e regista.
«È sempre molto difficile far sì che il lavoro di un giovane autore giri in circuiti importanti, ma fortunatamente ho avuto il  piacere di arrivare anche a questo obbiettivo, e sono stato premiato dagli spettatori. Tante sono le soddisfazioni che mi prendo grazie al teatro, luogo che adoro, e che attraverso il quale posso sperimentare molto. Un luogo dove trovo il giusto equilibrio recitativo per poi tornare ad interpretare il ruolo del cattivo per il cinema e per la tv. È qui che ho imparato la disciplina della recitazione, è qui che ho fatto la mia gavetta».

Cosa è cambiato in questo ambiente dai tempi dei tuoi esordi ad oggi?
«Purtroppo ora c’è meno lavoro, e ci sono molti meno soldi. Non ci sono più in questo ambiente produttori che investono di tasca propria, né che hanno il coraggio di rischiare, e la qualità si è abbassata.

Sta scomparendo del tutto la meritocrazia, ma certo non racconto nulla di nuovo e non voglio neanche annoiare con i soliti discorsi. Quando ho iniziato c’erano molte più possibilità e molte più alternative, invece ora si litiga per le briciole.
Non me la sento di andare a scioperare o di protestare sui red carpet, non sono per questo genere di intellettualismi, penso che i cambiamenti si facciano sul campo.
Quello che guadagno con la tv lo rinvesto nel teatro, nella mia associazione culturale, la Nuovo Rinascimento, attraverso la quale permetto ai giovani di avere l’occasione di salire sui i palchi di ottimi teatri
».

Un consiglio per i giovani attori?
«Ho avuto fortuna, ma ho fatto anche tanta gavetta, e la gavetta è importante per la crescita personale. Anche se per un periodo posso “stare fermo”, mi sono costruito un mestiere che mi permette comunque di lavorare, ed è per questo che ora riesco a scrivere ed a dirigere, oltre che ad insegnare, come faccio presso l’Accademia Corrado Pani.
Mi sento libero dal sistema, e questo spirito lo voglio insegnare. Non esistono carriere e strade facili, occorre realmente “costruire” il mestiere di attore, non ci si improvvisa tali. Io lo reputo come un mestiere artigianale, e come tale si impara giorno dopo giorno».

Prossimi impegni lavorativi?
«Ho da poco finito di girare, come attore, un film per il cinema, il titolo è  La banalità del crimine; a breve reciterò in due spettacoli in cartellone al Teatro Eliseo di Roma, Paura d’amarsi, in programma per i primi giorni di novembre, mentre a marzo reciterò in uno spettacolo su Frida Kahlo, dove sarò impegnato anche come regista».

#Simone

#infugadall’egitto

28 Ago

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by  #Ignazio(Ignant)Piscitelli

#TheScarProject

27 Ago
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The Scar Project (Surviving Cancer Absolute Reality) – Breast Cancer is not a Pink Ribbon: stiamo parlando non solo di una campagna di sensibilizzazione, ma di qualcosa di più. Stiamo parlando di cancro al seno, di storie di donne che sono sopravvissute, di bellezza profonda e di forza.

 

‘Il cancro al seno non è un nastro rosa’, già: non si tratta di un semplice segno indelebile, di un marchio a fuoco, tremendo, quale la cicatrice che persiste, imponente, a ricordare giorno dopo giorno, ogni qualvolta la si guarda, tutto il dolore passato; non si tratta di un oltraggio perpetuo al proprio corpo, di una violazione di questo, di una negazione della sua bellezza e del suo potere.

 

Nel progetto del fotografo di moda David Jay vi è qualcosa di più, di segno positivo: al di là della sofferenza e dell’abbattimento, queste fotografie vogliono sì essere una lucida testimonianza di un difficile trascorso, ma anche un omaggio al coraggio delle donne che hanno sconfitto questa terribile malattia. A mostrare il proprio corpo e la propria intimità sono state donne provenenti da tutto il mondo, di età compresa fra i 18 ed i 35 anni. Questi ritratti, che saranno esposti a Houston, Stati Uniti, a partire dal prossimo 17 ottobre, sono lo specchio veritiero di tante storie che, nelle singole diversità, sono accomunate dall’ombra di un segno perpetuo (il ‘pink ribbon’) che tuttavia rievoca piccole, grandi vittorie personali.

 

Ogni ritratto è al contempo una testimonianza realistica della sofferenza e del ‘risveglio’, della paura e della dignità mai persa, nonché ricordo perpetuo di una vittoria per chi si era vista sottrarre la propria identità, assieme alla femminilità ed alla sessualità: non tutto è perso per sempre. Queste foto raccontano non solo il ricordo doloroso ma anche e soprattutto la gioia della rinascita.

 

 

#Michela

 

 

 

 

 

#IntervistaAlPoetaBartolomeoErrera

27 Ago


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Bartolomeo Errera, napoletano, classe 1949, poeta, romanziere e narratore di fiabe.
Nel 1988 pubblica la sua prima opera, “Storie vere”, una raccolta di favole con la quale vince il Premio Milano e viene successivamente nominato personaggio dell’anno nell’ambito della narrativa per ragazzi.
Seguono 13 poesie ed un racconto in una antologia della casa editrice Rupe Mutevole; poi arriva “Dervisci”, silloge, e “Danal”, romanzo d’amore ambientato nel medioevo (editi entrambi da Guida).
Di imminente uscita “Una splendida giornata di pioggia” e “Black Ship”.

«Studio e racconto il concetto di Tempo nella vita dell’essere umanospiega Bartolomeo –  il Tempo, veloce ed inesorabile, più veloce persino dei sogni, scandisce costantemente gli attimi della nostra vita.
Osservo l’importanza che ha sulla società, sulla famiglia e sulla crescita dell’individuo.
Un richiamo ad un Tempo passato, che non è mai né malinconico né nostalgico, ma semplicemente una spinta utile ad un miglioramento.
Per un’evoluzione in chiave positiva è necessario uno sguardo in dietro, in modo da  rivivere, rivedere e ripensare le proprie esperienze, così che siano utili per il proprio futuro».

L’Uomo è un altro degli argomenti principali delle Sue opere..

«Sì. L’uomo è un altro dei temi centrali dei miei romanzi e delle mie poesie. Un Uomo al centro di tutto, con i suoi desideri, la sua realtà, le sue introspezioni ed il suo Tempo.
Oltre all’Uomo ricorre spesso anche un’altra parola chiave in quello che scrivo, Mare.
Il Mare come espressione di libertà, di indomabilità, di libertà
(proprio come i versi delle sue opere, n.d.r.). Mare è per me una parola davvero importante, così come è importante il contatto con tutti i suoi elementi. Un qualcosa di profondo, viscerale, potente».

Le Sue poesie sono rintracciabili anche in “rete”, anche Lei si è avvicinato al mondo di internet..

«La mia impostazione rimane sempre e comunque quella classica. Inizio con carta e penna. Parto dal foglio scritto per arrivare alla trascrizione al computer.
Alcuni dei miei scritti, poi, li diffondo esclusivamente tramite internet, come sul sito
portfoliopoetico.com o scrivere.info, un piacevole angolo di web poetry dove le mie poesie raggiungono un notevole numero di visite.
Inoltre, già da qualche tempo, ho un mio canale ufficiale su Youtube e una pagina fan su Facebook, entrambe con il mio nome, dove si possono trovare continui aggiornamenti sulle mie poesie, i miei libri e i festival, per un rapporto senza filtri con i miei lettori».

Un poeta moderno, quindi, che non disdegna le nuove tecnologie.
Quale è il Suo rapporto con il web?

«Rispetto, curiosità, scambio, timore e distanza. Un utile affiancamento alla poesia su carta, ma non di certo alternativa al libro.
Gli autori che scrivono per il web impostano pensieri e parole in maniera differente, per una fruizione più immediata, a volte anche troppo frettolosa, ma non per questo meno rilevante. Semplicemente diversa.
Tramite il web il poeta può godere di un apprezzamento quasi diretto con il suo pubblico, che può fargli arrivare il suo giudizio tramite i siti e i social network.
Un riscontro che con la carta non si può ottenere, la vendita di un libro non può farti capire realmente se un prodotto possa esser piaciuto o meno a chi lo ha acquistato
».

Il web regala ulteriori possibilità di spazi agli autori?

«Sì, grazie al web si sono creati nuovi spazi, soprattutto per i più giovani che si avvicinano a questa forma d’arte.
Credo che ogni individuo tra i 0 ed i 20 anni almeno una volta nella vita abbia scritto una poesia. La poesia è nel dna dell’italiano.
Ma purtroppo la poesia non fa mercato, non ha un interesse economico, e quindi non ha un’adeguata diffusione.
E così io invito gli autori di romanzi ad inserire tra le pagine dei loro racconti, così come faccio io con i miei, alcune poesie, in modo da rieducare il lettore a questo piacere
».

Un poeta con una modernità rispecchiata, oltre che dall’utilizzo del web, anche dai tatuaggi..

«Il tatuaggio è indubbiamente un espediente per fermare il tempo, e io l’ho fermato su di me con tre immagini, l’Ankh, la chiave egizia, simbolo legato all’uomo (Tempo e Uomo, i miei argomenti costanti); il segno del Tau, elemento che compare anche nel mio romanzo Danal, e appunto il nome Danal».

Quali sono i Suoi ultimi impegni letterari?

«Sto finendo di scrivere un nuovo romanzo, “Mio figlio non parla più”, in uscita tra qualche mese. Lo scorso novembre sono stato il Presidente del Premio Città di Raddusa (CT). Dal 20 al 25 aprile sono stato ospite presso“Una nave di libri per Barcellona”, minicrociera letteraria in collaborazione con Grimaldi Lines.
A maggio sono stato a Reggio Emilia, alla Mostra di pittura e reading poetico dell’Associazione Culturale Iris, cui a settembre parteciperò in concorso per il Premio di narrativa e poesia».

#Simone

#iltabletdeicomandamenti

27 Ago

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by  #Ignazio(Ignant)Piscitelli