#ilDivorzioDiAmina

21 Ago
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La diciannovenne Amina Sboui è considerata la prima Femen tunisina e la seconda del mondo arabo, dopo l’egiziana Aliaa al-Maghdy. Eppure lei con l’organizzazione femminista ucraina non vuole avere più niente a che fare. Procediamo con ordine: Amina conquistò la sua notorietà dopo aver rivendicato l’appartenenza del proprio corpo attraverso la scrittura di una frase polemica sul petto e sulla pancia, consueto rituale di protesta che contraddistingue da tempo la nota organizzazione femminista. La foto di protesta pubblicata su Facebook le costò la libertà ma le fece guadagnare anche l’attenzione del mondo intero: numerosi furono gli elogi così come le minacce, perché lei, cittadina tunisina, si era mostrata nuda per rivendicare i diritti delle donne della sua nazione e di tutto il mondo; infine, nel mese di maggio, le toccò la prigione per aver scritto la parola ‘femen’ su di un muro di un cimitero. A seguito di numerose azioni di sostegno per la ragazza, portate avanti dalle stesse attiviste di Femen, giunse il momento della liberazione, nel mese di agosto.

 

Tuttavia, in una recente intervista all’edizione magrebina dell’Huffington Post, Amina lancia fuoco e fiamme verso il movimento, a causa della mancanza di chiarezza circa la provenienza dei finanziamenti e per via di un certo atteggiamento islamofobico: “Non conosco le fonti dei finanziamenti -afferma la ragazza turca- e chiesi spiegazioni molte volte a Inna [Shevchenko, lider ucraina del movimento] senza ricevere risposte chiare. Non voglio appartenere ad un movimento in cui vi è denaro di dubbia provenienza. È Israele a finanziarlo? Voglio saperlo.

 

Non mi è piaciuto sentir gridare il mio nome ‘Amina Akbar, Femen Akbar’ dalle ragazze davanti all’ambasciata della Tunisia in Francia, così come non ho gradito il fatto che abbiano bruciato la bandiera di Tawhid vicino alla moschea di Parigi”. Quest’ultimo episodio in particolare, spiega Amina, colpisce ed offende molta gente a lei vicina; bisogna sempre, conclude, rispettare le credenze di tutti.

 

Ciò non significa che la ragazza non abbia gradito il sostegno dell’organizzazione; semplicemente, sarebbe stato più corretto e prudente consultare i suoi avvocati prima di passare all’azione. Alcune di queste iniziative di appoggio, secondo Amina, hanno pregiudicato ulteriormente la propria condizione giudiziaria.

 

 

#Michela

 

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