#LalezioneDiQuirico

11 Set

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Dopo una prigionia di 152 giorni, Domenico Quirico è libero. L’inviato de La Stampa si trovava in Siria per raccontare in prima persona la rivoluzione siriana, salvo poi scoprire che quelli che aveva davanti non erano rivoluzionari, ma briganti armati senza scrupoli.

Le sue dichiarazioni al rientro in Italia non lasciano spazio a interpretazioni salvifiche nei confronti di chi lo ha sequestrato. Ne riportiamo alcune apparse sul quotidiano torinese martedì 10 settembre:

“(…) I miei sequestratori pregavano il loro Dio accanto a me, il loro prigioniero dolente, soddisfatti, senza rimorsi e attenti al rito: cosa dicevano al loro Dio?”

“(…) Mi hanno venduto a dei briganti islamici. Mangiavo i loro avanzi, ho provato a scappare ben due volte e mi hanno riacciuffato e picchiato”

“Siamo stati traditi da due uomini con cui avevamo cenato. Siamo stati con varie bande, ma paradossalmente gli unici che c hanno trattato con umanità sono stati quelli vicini ad Al-Qaeda”.

Quella di Quirico è un testimonianza che cozza con la descrizione positiva che Stati Uniti, Francia e Inghilterra vogliono darci degli oppositori di Assad,  a favore dei quali noi dovremmo dispiegare le nostre armi.

Dovremmo invece riporre meno fiducia verso chi si definisce rivoluzionario, avendo nella mano destra un libro sacro e nella sinistra un’arma da fuoco.

I giornalisti stessi, prima di sposare cause politiche di paesi che spesso conoscono a malapena, dovrebbero avere un occhio di riguardo verso le “fonti” dei fatti che gli vengono raccontati, magari attraverso la rete.

La lezione di Quirico è chiara: evitare di parlare di ciò che non si conosce e soprattutto frenare il nostro spirito rivoluzionario che è sempre lì pronto, ogni qual volta scoppi una sommossa in giro per il mondo.

#Silvia

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