#JulianeCadutaDalCielo

17 Set

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Navigando nel web mi sono imbattuta in un singolare docufilm di Werner Herzog, intitolato “Wings of Hope”. Incuriosita, ho fatto le dovute ricerche, l’ho guardato con attenzione ed ho scoperto una storia che mi ha fatto letteralmente accapponare la pelle.

Questo documentario, realizzato nel 2000 per la televisione tedesca ma poco conosciuto dal grande pubblico, rievoca una storia realmente accaduta. La protagonista, Juliane Koepcke, è una donna nata nel 1954 a Lima, in Perù, con cittadinanza tedesca, figlia di un rinomato zoologo e di una celebre ornitologa che vivevano a centinaia di chilometri di distanza da lei, in un remoto avamposto di ricerca nel bel mezzo della foresta amazzonica. Quella foresta labirintica che Juliane conosceva bene e con cui aveva sviluppato una certa confidenza; tutto ciò, un giorno, le avrebbe salvato la vita.

Tutto accadde il giorno della vigilia di Natale del 1971: il ballo di fine anno della scuola era terminato e la allora diciassettenne Juliane e la madre salirono su un aereo che doveva portarle al di là della foresta pluviale, per raggiungere il padre a casa e celebrare il Natale. Poco dopo il decollo le nuvole iniziarono a farsi dense e scure: in un attimo un fulmine colpì il motore, l’aereo si spaccò e precipitò. Tutti i passeggeri morirono sul colpo. Per la precisione, quasi tutti, tranne Juliane. Il giorno dopo lo schianto, infatti, la ragazza si svegliò nel bel mezzo della giungla: aveva subito una commozione cerebrale e non riusciva ad alzarsi in piedi. Undici giorni dopo, Juliane riuscì a uscire dalla foresta labirintica e a riconciliarsi col padre.

Wings of Hope” raccoglie lucidamente i dettagli di questa straordinaria vicenda, raccontati in prima persona dalla stessa Juliane: la presa di coscienza di essere la sola sopravvissuta, il dolore di fronte alla realizzazione della morte della madre, lo sgomento per la scoperta dei cadaveri disseminati intorno; il rispetto verso la morte, inesorabile, nei confronti chi non ce l’aveva fatta. Herzog ha voluto che la donna parlasse di fronte alla telecamera, come se stesse ripetendo a se stessa i frammenti dei suoi ricordi, per non dimenticarli, ma senza lasciarsi guidare dalle emozioni: il racconto che doveva emergere doveva essere un ragionamento introspettivo e riflessivo, scorrevole, chiaro.

Il tempo è passato ma gli incubi molte volte ritornano ed il rammarico è un peso perenne difficile da digerire. Lo stesso vale per quel terribile pensiero, quella domanda ossessiva che non ha una risposta: “perché sono sopravvissuta solo io”? Tutto ciò continua a tormentare Juliane ancora oggi. E probabilmente sarà così per sempre.

 

#Michela

 

http://www.youtube.com/watch?v=uEFrOmqnktQ

 

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