Archivio | dicembre, 2013
Video

#UnCVinBici

27 Dic

Guimarães, Portogallo – Cosa ci si può inventare in un Paese in cui la disoccupazione giovanile è salita al 42 %? Ivo Rainha, 24 anni, esperto in comunicazione e pubblicità, ha trovato una soluzione originale per risparmiare sui costi di stampa del suo CV e farsi pubblicità con facilità ed immediatezza, letteralmente all’aria aperta. Il tutto con un’idea il più low-cost possibile.

Step 1 – Per realizzare il suo progetto, intitolato “Cv Sobre Rodas” (“Cv su ruote”), gli è bastato davvero poco: una bici, procuratagli da Get Green, un’associazione di giovani che ha dato vita ad un congiunto di servizi legati all’uso delle bici nella cittadina di Guimarães ed infine una stampa del suo Cv in formato extra-large, da posizionare sul mezzo di locomozione. Il tutto con l’obiettivo di catalizzare istantaneamente e a costi ridottissimi l’attenzione sulle sue capacità e conoscenze, ottenendo così una maggiore visibilità e quindi un più alto numero di possibilità di trovare un lavoro.

Step 2 – In seguito, con la collaborazione di Rafael Lino, Ivo ha realizzato un video per raccontare la genesi e la realizzazione del suo progetto; video che è stato poi inviato ai numerosi, possibili datori di lavoro.

Grazie all’immediata popolarità del filmato il giovane portoghese ha già ricevuto diverse offerte, anche se, al momento, come lui stesso sottolinea, non si tratta di niente di particolarmente allettante; niente stage non remunerati o sottopagati, ci tiene a precisare Ivo. Il lavoro serio e dignitoso è un’altra cosa.

Che dire, “boa sorte” (buona fortuna) Ivo. Buona fortuna a te e a tutti i giovani che sognano un lavoro in linea con i sogni e con le capacità che hanno.

#Michela

#BabboNatale

24 Dic

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by  #Ignazio(Ignant)Piscitelli

#PonteGaleria:LaNuovaAuschwitz

22 Dic

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A pochi giorni dal Natale giunge una notizia che dovrebbe far indignare tutti, anche chi è troppo preso dallo sperpero dei soldi in regali e preparativi di pranzi e cenoni e poco si cura della miseria che c’è intorno. Quattro tunisini e quattro marocchini “ospiti” del Centro di accoglienza immigrati di Ponte Galeria, a Roma, si sono cuciti le bocche con un filo preso da una coperta, modellando la parte metallica di un accendino per farne un ago. La motivazione è, tristemente, fin troppo chiara: si tratta di un ennesimo, disperato gesto di protesta. Non è vita quella nei Cie, posti disumani, non-luoghi della vergogna. Una nuova Auschwitz, come afferma uno dei migranti intervistato nel servizio serale del Tg3, un nuovo inferno moderno che troppa gente, troppe istituzioni fingono di non vedere.

Quello che dovrebbe essere invece oramai ben chiaro -ma sembra non esserlo- è l’enorme giro di soldi che sta dietro alle lunghe permanenze dei migranti, molto più del dovuto in numerosi casi di individui identificati e ritrovati depositari dei prerequisiti necessari per rimanere nel nostro Paese: tutto molto comodo e lucroso per le cooperative che gestiscono i Cie e percepiscono denaro dallo Stato. Denaro che, chiaramente, non viene certo interamente impiegato per occuparsi della sistemazione dei migranti, come invece dovrebbe accadere.

Quanto è successo a Ponte Galeria è solo un episodio scia, un triste seguito di altri già accaduti in passato: meno di un anno fa, sempre presso lo stesso Cie, degli immigrati salirono sui tetti dando fuoco a materassi e tavolini e nel 2010, presso il Cie di Torino, alcuni africani si cucirono la bocca, sempre con ago e filo, per protestare contro la detenzione nel centro.

Il sindaco della capitale, Ignazio Marino, ha ribadito la necessità di rivedere la Bossi-Fini che equipara a criminali chi vuole invece solo lasciarsi alle spalle guerre, povertà e mancanza di futuro. L’indifferenza uccide in silenzio: non basta che le istituzioni mostrino indignazione, non basta che comuni cittadini mostrino orrore di fronte alla tv, leggendo i giornali e dimenticando tutto nel giro di pochi minuti. Vogliamo finalmente azioni concrete per evitare nuove tragedie, nuove vergogne. Si spera nel nuovo anno, nel 2014. Si spera in un futuro di non indifferenza, ma di accoglienza e di umanità. Si spera che questi non rimangano solo buoni propositi, belle parole, ideali utopici.

#Michela

#StatiDAnimoEuropei

18 Dic

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by  #Ignazio(Ignant)Piscitelli

Video

#Urbex!

16 Dic

 

Oltre quei cancelli, oltre quelle sbarre che ti impediscono il passaggio fisico, che non permettono ai tuoi occhi di vedere ma solo di immaginare, c’è qualcosa che ti chiama: proprio lì, dove il tempo s’è fermato, chissà da quanto. Ed è lì, dove l’accesso è interdetto, dove regnano scenari mozzafiato ancora non visti, che gli urbex arrivano.

Su infiltration.org, la prima guida all’esplorazione urbana redatta da un giovane praticante morto 8 anni fa per un cancro, quest’attività viene indicata come una forma di turismo segreto che permette di avere accesso a quel mondo inedito che giace dietro le quinte.
L’esplorazione urbana (UE) è una pratica estrosa molto diffusa, cresciuta in particolare negli ultimi due anni. La categoria di adepti è, chiaramente, un po’ clandestina, un po’ socialmente scorretta: a farvi parte sono uomini e donne praticanti mestieri “normali” ma che al termine della loro giornata lavorativa o nei fine settimana si trasformano in spericolati esploratori urbani che non riconoscono limiti e frontiere.

C’è chi è salito in cima a Notre Dame, chi è giunto fino al tetto del Sahara, un casinò chiuso a Las Vegas; e c’è chi ancora è sceso nelle profondità di un bunker, risalente alla Guerra Fredda, in Inghilterra. Il mondo è infatti pieno di troppe troppe zone delle città interdette al pubblico, spesso per motivi di sicurezza: sono rigidi e molte volte eccessivi, quasi insensati protocolli a vietare tanto fascino , destinato a marcire in un oblio perenne, in nome di paure ossessive e spesso infondate.
Ma è proprio dal divieto e dalla privazione che nasce il desiderio smodato di esplorare tutto e di riappropriarsi degli spazi, costi quel che costi. Inclusi piccoli incidenti di percorso con la giustizia. Ad ogni modo gli urbex non intendono affatto farsi cogliere in flagrante: il loro unico scopo è vivere l’ebrezza del momento, da immortalare con una fotografia o, meglio ancora, con un selfie, da condividere su Flickr e Twitter, regalando emozioni uniche a chi se ne sta al sicuro a casa e scruta il mondo attraverso un monitor.

#Michela

#AmoreEMoneta

15 Dic

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by  #Ignazio(Ignant)Piscitelli

#LeSposeTatuate

12 Dic

Come mettere d’accordo il proprio abito da sposa con i tatuaggi fatti nel corso della vita?

Le soluzioni sono infinite e nulla vieta che l’effetto finale risulti perfino elegante agli occhi della gente.

Il tatuaggio è parte della nostra personalità e coprirlo significherebbe non rispettarla. Ecco qualche esempio di come alcune donne “molto tatuate” sono riuscite a coniugare perfettamente le due cose.

1) Tocco di rosso

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2) Occhiale da sole

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(Foto: http://www.jvallecorsa.com/TattooWeddingPhotography.aspx)

3) Con polsino

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4) Fashion retina

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5) Capello pink

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(Foto: http://pinkcreamcake.com/tag/casamento/)

6) Superfiocco

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(Foto: Sabina Kelley)

7) Con damigelle tatuate

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(Foto: Amelia Lyon)

8) Birretta e palpatina

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(Foto: http://inkednpierced.tumblr.com/post/18299224531)

9) Giappo Sposa

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(Foto: Juliane Berrie)

10) Con tutù

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(Foto: http://funkywedding.blogspot.it/2013/04/spose-tatuate-la-mia-opinione-tattooed.html)

11) Superfiorato

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(Foto: http://expatbride.com/)

12) Dancing+Cravatta

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13) Alternativa

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14) Soft

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15) Rouge

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16) Dark inside

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#Silvia

#LaPoliziaSiToglieIlCasco

10 Dic

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by  #Ignazio(Ignant)Piscitelli

#LoStileVintageNellaRistorazione

9 Dic

Vintage (ovvero la sesta parola più cercata su Google nel 2011) è un vocabolo che deriva dal francese antico vendenge (a sua volta derivante dalla parola latina vindēmia), che indicava in senso generico i vini d’annata di pregio.

Vintage è anche un attributo che definisce le qualità ed il valore di un oggetto indossato o prodotto almeno vent’anni prima del momento attuale, o che può essere riferito a secoli passati senza necessariamente essere circoscritto al Ventesimo secolo.

 

Gli oggetti definiti vintage sono considerati oggetti di culto per differenti ragioni tra le quali le qualità superiori con cui sono stati prodotti, se confrontati ad altre produzioni precedenti o successive dello stesso manufatto, o per ragioni legate a motivi di cultura o costume.
Di culto, soprattutto per ragioni legate a motivi di costume o cultura.

 

Il termine viene utilizzato nel linguaggio comune per indicare oggetti e vestiti di gusto sorpassato, o fuori produzione, che nel tempo hanno acquisito un valore grazie alla loro rarità o irreperibilità.
Si utilizza il termine vintage per definire anche la moda d’epoca intesa come patrimonio storico e culturale rappresentato da importanti capi d’abbigliamento, accessori, bijoux e altri oggetti di vanità.

Questa branca del vintage viene comunemente indicata in francese come mode vintage e in inglese come Vintage Fashion.

L’accessorio vintage si differenzia e contraddistingue dal generico “seconda mano” (l’usato) poiché la caratteristica principale non è tanto quella di essere stato utilizzato in passato quanto piuttosto il valore che progressivamente ha acquisito nel tempo per le sue doti di irripetibilità e irriproducibilità con i medesimi elevati standard qualitativi in epoca moderna, nonché per essere testimonianza dello stile di un’epoca passata e per aver segnato profondamente alcuni tratti iconici di un particolare momento storico della moda, del costume, del design coinvolgendo e influenzando gli stili di vita coevi.

 

Questo filone, a partire dall’abbigliamento, è arrivato a contaminare anche il campo dell’arredo dei luoghi di ristoro, ora addobbati con gli oggetti di un tempo.
Gli stessi oggetti che arredavano casa di mamma e papà, o casa di nonno e nonna.
Gli stessi oggetti d’arredo che da qualche tempo colorano di nostalgico numerosi locali del bel Paese.
Luoghi che acquistano il sapore familiare del passato, trasformandosi in una specie di surrogato della casa d’infanzia, scatenando la sensazione di trovarsi di nuovo tra le vecchie mura domestiche, nonostante si entri in un luogo pubblico.

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Si mangia, si beve e si chiacchiera su sedie, poltrone e tavoli recuperate da  vecchi salotti, scuole, officine industriali di inizio e metà ’900, tra divani in pelle rovinata, lampadari antichi e carta da parati anni ’60 e ’70, elementi di un arredo pregno di un fascino senza limite.
I ristoratori hanno capito bene questa teoria e hanno iniziato a sfruttare sempre di più lo stile vintage.

 

Ma “recuperare” non per forza sinonimo di risparmiare. Molti pezzi d’epoca hanno costi più alti di quelli di un arredo moderno. E poi occorre tempo, e sapere dove trovare gli oggetti giusti.
Ma comprare dal passato ha sempre e comunque un fascino senza limiti, soprattutto per i cultori.
Locali, pub, bistrot dal sapore nostalgico aumentano in modo esponenziale nelle città dello stivale.
Forse perché, in tempi di crisi, immagini e forme rassicuranti di una volta ci riportano ad un passato più sereno e disteso.

 

Un piacevole salto indietro nel tempo.

 

 

 

 

 

#Simone

#GigiNonPiùMelodico

7 Dic

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by  #Ignazio(Ignant)Piscitelli