Archivio | marzo, 2014

#RobinFriday

29 Mar

Questa è la storia di Robin Friday, il calciatore più forte che non avete mai visto.

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Inglese, classe 1952, nato ad Acton (periferia ovest di Londra), Robin è un ragazzo che fino dall’età di 15 anni entra ed esce di galera. Furti, spaccio e scippi sembrano essere il suo pane quotidiano. Dvvero un gran peccato, visto che il talento, a differenza del cervello, non gli manca.
A 8 anni palleggia in classe con la gomma da cancellare passando da un banco all’altro senza farla mai cadere a terra. A 10 palleggia per ore e ore con le arance. A 14 è già nelle giovanili del Chelsea, dopo essere passato da quelle di Crystal Palace e Queen’s Park Rangers. La classe, c’è, la testa no.
E così a 15 anni molla la scuola e comincia a fare uso di droga. A 16 anni finisce in riformatorio per scippo, ma dentro Robin si comporta bene, e così il direttore gli concede di potersi allenare i pomeriggi con le giovanili del Reading (ai quali dal primo giorno ricorda che “Qui nessuno di voi è più forte di me“, attirando antipatie fin da subito), per poi tornare la sera in riformatorio.
Pochi mesi dopo conosce e sposa Maxine, giovane di colore. I due hanno pure un figlio, nulla di strano, se non fosse che Robin ha solo 17 anni e nemmeno un soldo, e che in quegli anni le coppie interrazziali non sono viste proprio di buon occhio. Ma lui se ne frega.
Inizia a giocare per il Walthamston Avenue, dopo un provino nel quale segna 7 gol. Da solo batte tutte le squadre del campionato, compresa l’Hayes, che decide di acquistarlo la sera stessa. “Mi avete preso perché vi ho spaccato il culo?” chiede Robin mentre firmava il suo nuovo contratto.
E così arrivano i soldi, ma torna anche la droga nella sua vita.
Una mattina, in preda agli effetti delle droghe, sale su un tetto e perde l’equilibrio, precipitando a terra da più 5 metri. Come se non bastasse cade su un palo che gli entra nel fianco sfiorando polmoni e cuore. Ma ci vuole ben altro per fermarlo, e dopo neanche 4 mesi tornare in campo.
Una volta contro il D&R non si presenta allo stadio, ma si ferma in un pub lì vicino. Dirigenti e componenti della panchina in preda allo stupore ed all’imbarazzo più assoluto lo prendono dalla sedia dove stava beatamente sonnecchiando e lo gettano in campo. Gli avversari, vedendo quell’ubriaco barcollante, inziano a deriderlo. Ma quando il pallone passa tra i suoi piedi “l’altro Best” si accende e a pochi secondi dalla fine segna il gol della vittoria. Al fischio finale Robin passa davanti la sua panchina e dice: “Visto stronzo!? Adesso torno a bere, vedi di non rompermi più i coglioni“. Il Mister rimane di sasso ed annuisce silenziosamente.
Il Reading si ricorda di lui e lo riacquista. Il rapporto personale con i nuovi compagni non è certamente idilliaco, ma sul campo è tutta un’altra musica. Robin è fenomenale, corre e segna, regalando veri e propri pezzi tretrali degni di una rockstar, e più passa il tempo più i suoi tifosi lo venerano.
Una volta dopo un gol al Plymouth Argylle scavalca i cartelloni pubblicitari e strappa di mano ad un tifoso la sua birra (a quei tempi era ancora permesso introdurre alcolici negli stadi britannici) e se la beve. L’arbitro aspetta che Robin abbia finito, e mentre l’attaccante rientra in campo lo espelle senza esitazioni, sentendosi gridare contro: “Brutto stronzo. Avevo sete, e allora?!“.
Ma il carattere di Friday peggiora di giorno un giorno, come Best, più di Best. In campo sembra più forte dell’ala destra del Manchester United, ma anche al pub fa capire che tra i due non c’è gara, Robin vince in tutto.
I compagni sopportano certi atteggiamenti solo per via del suo talento. Le intemperenze aumentano giorno dopo giorno. Viene cacciato da tutti i pub della zona, e quando viene trasferito in una casa vicino al club, viene arrestato perchè mette dischi heavy metal a tutto volume in orari notturni, spesso in preda ai deliri da LSD.
A Reading dopo qualche anno ne hanno le scatole piene e lo cedono al Cardiff. Con la nuova maglia fa di tutto per farsi cacciare, si fa arrestare più e più volte, ma al club sembra non interessare del suo comportamento, perché poi, in campo, Robin risolve tutte le partite. All’esordio segna due reti al Fulham di Bobby Moore, ex capitano del West Ham e della nazionale inglese vincitrice del mondiale di casa del 1966. Il ragazzo non sembra affatto intimorito da quel confronto, tanto che durante un calcio d’angolo in una mischia strizza pure i testicoli alla leggenda brittanica. E l’Inghilterra insorge.
Ogni partita lo consacra sempre più come un giocatore formabidabile, fermato soltanto da quella sua testa calda. Un giorno dopo un gol salta i cartelloni pubblicitari a bordo campo e bacia un poliziotto perché “Lo avevo visto così triste. Poi però me ne sono pentito. Io odio la polizia“.
Intanto divorzia da Maxine e si risposato con Liza, una ragazza di Reading, in un matrimonio da ricordare, dove prima viene visto fuori dalla chiesa intento a rullare uno spinello, e poi interviene in una scazzottata tra gli invitati durante la cerimonia.
Due episodi racchiudono più di tutti l’essenza di questo calciatore.
Il primo risale al 16 aprile 1977, Cardiff-Luton, scontro salvezza. Per tutta la partita Robin si scontra fisicamente e verbalmente col portiere avversario, Aleksic, fino a quando a 10 minuti dalla fine sul risultato di 0-0, Robin gli molla una pedata al volto. Aleksic rimane a terra per qualche minuto. Stordito si rialza. Robin, ammonito dall’arbitro, tende la mano al portiere, che però rifiuta mandandolo a quel paese. L’attaccante non fa una piega, e al primo pallone conquistato salta cinque avversari, si presenta davanti al portiere, dribbla pure lui e prima di segnare si ferma sulla linea di porta, si volta e sorride beffardo verso l’incazzatissimo Aleksic, e come se non bastasse mentre torna a centrocampo Robin mostra al suo avversario seduto a terra le due dita a simbolo di insulto.
Il secondo episodio avviene il 16 ottobre 1978 durante la partita con il Brighton, quando dopo un intero match fatto di scorrettezze date e ricevute, Robin colpisce Mark Lawreson, l’uomo che lo ha marcato per tutta la partita e che non lo ha fatto respirare. Naturalmente viene espulso, ma nel rientro nel tunnel Robin invece di andare verso il suo spogliatoio si dirige verso quello avversario, forza la porta, prende la borsa da gioco di Lawreson e ci defeca dentro.
E così il Cardiff lo caccia, e lui, senza farne un dramma dichiara: “Ne ho abbastanza di sentire persone dirmi cosa devo o non devo fare”, decidendo così di ritirarsi a soli 25 anni di ritarsi dal mondo del calcio. È la stagione 1977/78, la quinta da professionista e l’ultima da calciatore per Robin.
Vani i tentativi di molti manager di farlo tornare sui suoi passi. Ci prova Maurice Evans, nuovo allenatore del Reading, che si sente dire: “Ho la metà dei tuoi anni ed ho già vissuto il doppio di te“; ci prova il mitico Matt Busby, che ai tempi faceva il dirigente ed aveva da poco perso l’ennesimo figlio, quello sfortunato nordirlandese di George Best. Robin riconosce il suo carisma, e mostra rispetto rispondendogli: “So chi è lei boss, ma purtroppo non me la sento più di giocare“; ci prova pure Bryan Clough, che proprio in quella stagione vincerà la Coppa Campioni col suo Nottingham Forest. Anche a lui “No, grazie“.
Friday non tornerà mai più a giocare, lasciando al mondo del calcio la tristezza di non averlo mai visto nel massimo campionato inglese, nè tantomeno in nazionale a sollevare qualche trofeo che la sua immensa classe meritava di vincere.
Di lì a poco la sua vita precipiterà irrimediabilmente, molto più velocemente e drasticamente di quella di George Best, tanto che Robin morirà nel suo appartamento il 22 dicembre del 1990 a soli 38 anni per un’overdose, andandosene senza quasi senza lasciare traccia, senza aver dato il giusto contributo ad uno sport che aveva bisogno delle sue incredibili giocate.
Sembra un film, ma non lo è. È solo l’incredibile vita di Robin Friday, giocatore di calcio dall’animo anarchico e ribelle.

La band gallese dei Super Furry Animals gli dedica un singolo, “The Man don’t give a Fuck”, che in copertina immortala il gesto rivolto ad Aleksic.

“Amo la droga perché mi fa stare bene; amo l’alcol perché con lui io sono un altro; amo le donne perché loro amano me; amo il calcio perché è l’unica cazzo di cosa nella mia vita che so fare meglio di un Dio e di chiunque altro su questa corrotta e schifosa terra”.
Robin Friday

#Sp

#LaTerraDeiFuochi

23 Mar

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by  #Ignazio(Ignant)Piscitelli

#CommentiDaFacebook

6 Mar

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E’ ben noto a tutti noi utenti di Facebook come di fronte ad ogni grande evento mediatico si determini all’istante una serie di continui e, spesso, petulanti giudizi da parte di tutti. Proprio tutti.

Muore un personaggio famoso (o più o meno famoso)? Tutti a disperarsi, tutti a ricercare nel web e postare suoi vecchi video e/o interviste: tutti lo conoscevano e lo amavano in tutto e per tutto, guarda un po’. (E a riguardo leggetevi questo se ancora non l’avete fatto: http://www.zerocalcare.it/2013/09/23/quando-muore-uno-famoso/)

E che dire di Putin, della Russia e della Crimea? Tutti grandi geopolitici!

Lo stesso vale, chiaramente, per eventi culturali e non solo.

Ora, come non citare subito quanto è accaduto con l’oscar de La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino? Tutti grandi esperti di cinema!

Il problema, sia chiaro, per quanto mi riguarda, non risiede nell’esprimere la propria opinione: ci troviamo nell’epoca della piena libertà d’espressione grazie ad internet e non vi è nulla di male a dire ciò che si pensa, a patto che venga fatto moderatamente e con argomentazioni.

Ciò che mi fa rivoltare lo stomaco è il trovarmi di fronte a giudizi impietosi, privi di fondamenta e spesso offensivi come ad esempio, nel caso dell’opera di Sorrentino, “che film di merda, che schifo, non si capisce niente”. E qui correggo cosa ho detto qualche riga fa: il fatto che si ha una connessione internet non implica la legittimazione nello scrivere i propri pensieri da quattro soldi come se si fosse Cristo sceso in terra. Diamoci una calmata: non siete Cristo ed il vostro parere da quattro soldi ha la mera utilità di far fare quattro risate ad alcuni.

Io personalmente amo Sorrentino, ho visto La Grande Bellezza per ben tre volte, e mi è anche piaciuto molto, nonostante riconosco che, per me, non è il suo film più bello. Ora ci può stare infatti che il film in generale possa essere piaciuto o meno: c’è chi lo ha apprezzato, chi ha pensato che non è stato uno dei migliori film del regista, per l’appunto, e chi non l’ha capito (magari in questo caso stiamo parlando di gente che va al cinema solo il 25 dicembre per i cinepanettoni e che è abituata alla consueta programmazione Mediaset, pertanto ciò si commenta da sé).

Allora va bene, se proprio è una necessità così impellente, visto che oramai fa tanto mainstream, condividete con la rete sociale i vostri giudizi, ma abbiate almeno la dignità e l’umiltà di esprimerli con garbo, magari corredati di spiegazioni. Altrimenti non sono pareri personali, sono solo merda: quella che la gente superficiale che formula queste quattro parole messe assieme si porta dentro. E ciò vale nella vita virtuale quanto in quella reale: prima di sparare a zero sulle cose e magari offendere, senza ragionare, bisognerebbe assumere la prospettiva di profani ed essere umili.

Per concludere con La Grande bellezza: per chi ha visto il film, leggetevi questo bell’articolo che merita davvero. E poi magari andatevi a fare altre quattro risate con i commenti di chi non l’ha ancora capito. (http://florissensei.wordpress.com/2013/05/22/la-grande-bellezza-di-paolo-sorrentino-solo-per-chi-lha-visto/)

#Michela

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#UnCortoDaOscar

4 Mar

Fra scenari postindustriali, ferro e ingranaggi, due solitudini riflesse in due grandi cuori si incontrano, regalando forti emozioni. Stiamo parlando di Mr Hublot, un uomo che vive di calcoli nel futuro, ed un cucciolo di cane robot trovatello, vale a dire i due protagonisti del corto che ha vinto l’oscar, superando addirittura il Tutti in scena! della Disney.

Mr Hublot è un corto animato di 11 minuti appena, realizzato interamente in computer grafica. Nato da un’idea di Laurent Witz e Stephane Halleux, il corto ha vinto anche altri riconoscimenti importanti, come il Grand Prix al Dimension 3 ed il titolo di Best in show alla Best shorts competition.

Nonostante al momento il corto sia proiettato solo in alcuni festival cinematografici, alcune sue versioni in bassa qualità stanno già spopolando su Youtube.

La storia è quella di un uomo che vive in un minuscolo appartamento in una città caotica del futuro. Mr Hublot è un uomo d’affari tutto preso dalla propria routine quotidiana: se ne sta sempre chiuso in casa, dove conduce i suoi giorni in preda a manie ossessive compulsive, quali l’accendere e spegnere la luce o l’aggiustare i quadri sulla parete. La sua vita scorre monotona e piatta fino a quando non salva la vita ad un cucciolo di cane robot che va a vivere con lui, sconvolgendo i suoi piani…

#Michela

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#SorrentinoEccoComeFunziono

4 Mar

L’8 ottobre 2011, durante un incontro organizzato all’interno di TEDxReggioEmilia, sul tema “Italia da esportazione”, ovvero una serie di buoni motivi (e persone) per cui vale ancora la pena vivere nel nostro Paese, il regista Paolo Sorrentino ha tenuto una lectio magistralis, cercando di rispondere in 18 minuti alla domanda “Come funziono”.

Ironia, calma, frustrazione, sbalordimento, malinconia e neutralità nell’osservazione del mondo, questi sono alcuni degli elementi chiave, alla base del processo di creazione artistica del neo premio Oscar per “La Grande Bellezza”.

E poi ancora la noia, intesa come sensazione positiva, necessaria per iniziare a creare dei mondi paralleli. “Annoiandosi del mondo, si ha la possibilità di creare un proprio mondo”.

#Silvia