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#UnCortoDaOscar

4 Mar

Fra scenari postindustriali, ferro e ingranaggi, due solitudini riflesse in due grandi cuori si incontrano, regalando forti emozioni. Stiamo parlando di Mr Hublot, un uomo che vive di calcoli nel futuro, ed un cucciolo di cane robot trovatello, vale a dire i due protagonisti del corto che ha vinto l’oscar, superando addirittura il Tutti in scena! della Disney.

Mr Hublot è un corto animato di 11 minuti appena, realizzato interamente in computer grafica. Nato da un’idea di Laurent Witz e Stephane Halleux, il corto ha vinto anche altri riconoscimenti importanti, come il Grand Prix al Dimension 3 ed il titolo di Best in show alla Best shorts competition.

Nonostante al momento il corto sia proiettato solo in alcuni festival cinematografici, alcune sue versioni in bassa qualità stanno già spopolando su Youtube.

La storia è quella di un uomo che vive in un minuscolo appartamento in una città caotica del futuro. Mr Hublot è un uomo d’affari tutto preso dalla propria routine quotidiana: se ne sta sempre chiuso in casa, dove conduce i suoi giorni in preda a manie ossessive compulsive, quali l’accendere e spegnere la luce o l’aggiustare i quadri sulla parete. La sua vita scorre monotona e piatta fino a quando non salva la vita ad un cucciolo di cane robot che va a vivere con lui, sconvolgendo i suoi piani…

#Michela

#IlBullismoCheUccideViaWeb

11 Feb

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Il bullismo può uccidere ed il cyberbullismo anche.

Per cyberbullismo, chiaramente, s’intende l’ultima, estrema frontiera del ben noto fenomeno, fortificato ed intensificato attraverso il web, veicolo di insicurezze e di soprusi.

Una ragazzina di 14 anni di Fontanova, piccolo paese del padovano, si è tolta la vita lanciandosi nel vuoto da una stanza d’albergo, lasciando delle lettere ai familiari e ad alcuni amici. Ha chiesto scusa per il gesto, per aver deluso tutti. Ed ha espresso un ultimo desiderio: quello di non essere dimenticata.

Questa ragazzina aveva un account su Ask.fm, un ibrido fra chat e social network, molto in voga fra i giovanissimi. Il social, che è già stato chiamato in ballo per numerosi casi di cyberbullismo, è basato su un semplice meccanismo di domanda e risposta, all’interno dei profili personali. Utile, insomma, per insultare, per fare i duri, per dire ciò che dal vivo non si oserebbe. Per dare sfogo a tutte quelle pulsioni che i giovanissimi sentono come bisogni impellenti.

Per molti Ask è diventata una mania, un’ossessione. Lo stesso è stato anche per “Amnesia” : era questo il nick della ragazzina suicida col quale si sfogava, palesava il suo dolore e la sua inadeguatezza. Una situazione molto frequente in adolescenza che in questo caso, come in molti altri, non era stata intuita e risolta nell’ambiente di casa.

“Uccidere, uccidersi”: erano questi i temi che “Amnesia” riproponeva con frequenza su Ask. Di tutta risposta, veniva colta da una valanga di insulti gratuiti: “fai schifo come persona, non sai stare da sola”, “cosa aspetti a farlo?”. Ed altri ancora. Fino al tragico epilogo.

Non si tratta del primo suicidio da insulti. Ciò che ha infatti reso famoso Ask.fm è stato un triste precedente, il suicidio della 14enne  Hanne Smith, di Lutterworth, impiccatasi sempre a seguito di offese via web.

#Michela

#InnamorarsiInChat

10 Feb

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Sembra la trama di un libro o la sinossi di un film, invece è tutto reale. A tratti simpatico, a tratti agghiacciante: sta a noi “spettatori” decidere.

A riportare questa curiosa storia il tabloid “The Sun”, con un articolo che ha inizio con la dichiarazione di uno dei due protagonisti di questa incredibile avventura. Siamo in Inghilterra: una ragazza ed un ragazzo iniziano a conoscersi in una chat. Parlano, si divertono, si scoprono e l’interesse aumenta. Quindi nasce spontanea l’esigenza di conoscersi nella vita reale.

Detta così sembra una storia come tante, al giorno d’ oggi; una storia di ordinaria routine del web e della genesi delle relazioni sociali virtuali.

Insomma, dopo un po’ i due decidono che è giunta l’ora di incontrarsi dal vivo e scoprono di essere fratello e sorella.

“Sto avendo una relazione con la mia sorellastra”: è così, infatti, che inizia l’articolo del “The Sun”. È questa la dichiarazione del giovane britannico, il quale ripercorre l’inizio della singolare vicenda. Il ragazzo, non avendo molta fortuna con le donne, si è deciso di giocarsi le carte su un sito internet di incontri. Ed è proprio qui che ha avuto inizio la conoscenza virtuale con la ragazza, poi quella fisica. E quindi la scoperta e l’inizio dell’effettiva relazione.

All’incredulità iniziale è presto subentrata infatti la normalità: i due dicono di amarsi e di fare sesso regolarmente, senza lasciarsi influenzare dal rapporto di parentela. Nonostante tutto ciò sia poco socialmente corretto, la coppia non ha alcuna intenzione di lasciarsi. Almeno per il momento.

#Michela

#NuoviMestieri

29 Gen

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Il 42enne Giovanni Cafaro, campano, vive da 12 anni a Milano. La sua laurea in Scienze della Comunicazione poco gli è servita a ritrovare un lavoro. “Ritrovare” e non “trovare”. Perché, fino alla scorsa estate, Giovanni un lavoro ce l’aveva eccome: era direttore marketing di un’azienda di abbigliamento che ha poi chiuso battenti. Giovanni è ovviamente rimasto senza soldi e con un affitto da pagare. Curricula ne ha inviati: tanti, troppi. Ha collezionato colloqui su colloqui: ma sono stati tutti infruttuosi. Per andare avanti, Giovanni, il mestiere se l’è dovuto inventare di sana pianta. Ed il suo temperamento paziente gli è stato in questo di grande aiuto.

Oggi infatti il lavoro di Giovanni è quello di mettersi in coda al posto degli altri. Al posto di chi non ha tempo e voglia. Alla modica cifra di dieci euro l’ora, con tanto di ricevuta fiscale. “Lavoro in ritenuta d’acconto” garantisce Giovanni. “Se va bene apro la partita Iva, mi allargo e metto su un’agenzia”. Banche, supermercati, poste: Giovanni non disdegna nulla. Attualmente viene contattato da circa due clienti al giorno ma il lavoro è in crescita, anche grazie alla notevole pubblicità che si è fatto a Milano con 5mila volantini dal colore giallo e blu, con stampata sopra una proposta stravagante quanto allettante: “La tua coda allo sportello? Da oggi la prendo io”.

La pazienza è la virtù dei forti. In questo caso, la pazienza si è dimostrata anche un valido aiuto per ovviare alla scarsità di lavoro, in tempi di dura crisi.

#Michela

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#UnCVinBici

27 Dic

Guimarães, Portogallo – Cosa ci si può inventare in un Paese in cui la disoccupazione giovanile è salita al 42 %? Ivo Rainha, 24 anni, esperto in comunicazione e pubblicità, ha trovato una soluzione originale per risparmiare sui costi di stampa del suo CV e farsi pubblicità con facilità ed immediatezza, letteralmente all’aria aperta. Il tutto con un’idea il più low-cost possibile.

Step 1 – Per realizzare il suo progetto, intitolato “Cv Sobre Rodas” (“Cv su ruote”), gli è bastato davvero poco: una bici, procuratagli da Get Green, un’associazione di giovani che ha dato vita ad un congiunto di servizi legati all’uso delle bici nella cittadina di Guimarães ed infine una stampa del suo Cv in formato extra-large, da posizionare sul mezzo di locomozione. Il tutto con l’obiettivo di catalizzare istantaneamente e a costi ridottissimi l’attenzione sulle sue capacità e conoscenze, ottenendo così una maggiore visibilità e quindi un più alto numero di possibilità di trovare un lavoro.

Step 2 – In seguito, con la collaborazione di Rafael Lino, Ivo ha realizzato un video per raccontare la genesi e la realizzazione del suo progetto; video che è stato poi inviato ai numerosi, possibili datori di lavoro.

Grazie all’immediata popolarità del filmato il giovane portoghese ha già ricevuto diverse offerte, anche se, al momento, come lui stesso sottolinea, non si tratta di niente di particolarmente allettante; niente stage non remunerati o sottopagati, ci tiene a precisare Ivo. Il lavoro serio e dignitoso è un’altra cosa.

Che dire, “boa sorte” (buona fortuna) Ivo. Buona fortuna a te e a tutti i giovani che sognano un lavoro in linea con i sogni e con le capacità che hanno.

#Michela

#PonteGaleria:LaNuovaAuschwitz

22 Dic

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A pochi giorni dal Natale giunge una notizia che dovrebbe far indignare tutti, anche chi è troppo preso dallo sperpero dei soldi in regali e preparativi di pranzi e cenoni e poco si cura della miseria che c’è intorno. Quattro tunisini e quattro marocchini “ospiti” del Centro di accoglienza immigrati di Ponte Galeria, a Roma, si sono cuciti le bocche con un filo preso da una coperta, modellando la parte metallica di un accendino per farne un ago. La motivazione è, tristemente, fin troppo chiara: si tratta di un ennesimo, disperato gesto di protesta. Non è vita quella nei Cie, posti disumani, non-luoghi della vergogna. Una nuova Auschwitz, come afferma uno dei migranti intervistato nel servizio serale del Tg3, un nuovo inferno moderno che troppa gente, troppe istituzioni fingono di non vedere.

Quello che dovrebbe essere invece oramai ben chiaro -ma sembra non esserlo- è l’enorme giro di soldi che sta dietro alle lunghe permanenze dei migranti, molto più del dovuto in numerosi casi di individui identificati e ritrovati depositari dei prerequisiti necessari per rimanere nel nostro Paese: tutto molto comodo e lucroso per le cooperative che gestiscono i Cie e percepiscono denaro dallo Stato. Denaro che, chiaramente, non viene certo interamente impiegato per occuparsi della sistemazione dei migranti, come invece dovrebbe accadere.

Quanto è successo a Ponte Galeria è solo un episodio scia, un triste seguito di altri già accaduti in passato: meno di un anno fa, sempre presso lo stesso Cie, degli immigrati salirono sui tetti dando fuoco a materassi e tavolini e nel 2010, presso il Cie di Torino, alcuni africani si cucirono la bocca, sempre con ago e filo, per protestare contro la detenzione nel centro.

Il sindaco della capitale, Ignazio Marino, ha ribadito la necessità di rivedere la Bossi-Fini che equipara a criminali chi vuole invece solo lasciarsi alle spalle guerre, povertà e mancanza di futuro. L’indifferenza uccide in silenzio: non basta che le istituzioni mostrino indignazione, non basta che comuni cittadini mostrino orrore di fronte alla tv, leggendo i giornali e dimenticando tutto nel giro di pochi minuti. Vogliamo finalmente azioni concrete per evitare nuove tragedie, nuove vergogne. Si spera nel nuovo anno, nel 2014. Si spera in un futuro di non indifferenza, ma di accoglienza e di umanità. Si spera che questi non rimangano solo buoni propositi, belle parole, ideali utopici.

#Michela

#LampedusaIsolaUmana

5 Ott

Quasi 8 anni fa, il 7 ottobre 2005, L’Espresso pubblicava “Io clandestino a Lampedusa”, un’inchiesta giornalistica sull’ immigrazione e la condizione dei clandestini nel centro di permanenza temporanea.

Sublime esempio di inside story, dove il giornalista riveste letteralmente i panni dei protagonisti della storia che vuole raccontare, il piano è stato quello di farsi rinchiudere nel centro di accoglienza tuffandosi dalla scogliera e facendosi ripescare.

È il 23 settembre 2005 quando Gatti si  butta in mare, e dopo quasi 5 ore qualcuno finalmente lo avvista.

Da quel momento si chiama Bilal Ibrahim el Habib, ha la barba lunga, i vestiti logori e parla arabo. È stato nel centro di accoglienza per 8 giorni,  ha vissuto con i clandestini e ha cercato di ricordare tutto, non potendo annotare niente; tutto quello che aveva visto in quel centro- ovvero tutto ciò che l’Italia nascondeva alle ispezioni del Parlamento Europeo e delle Nazioni Unite- Bilal ce l’ha raccontato.

Ci ha raccontato le violenze e gli abusi, ci ha fatto sentire l’eco degli schiaffi e quello delle risa.

Il centro è stato poi chiuso,  proprio per il clamore suscitato dall’ inchiesta, ma ancora una volta è stato il giornalista a essere indagato per false generalità. Nel 2010 poi è stato assolto “perché il fatto non costituisce reato”, ed è stata riconosciuta la predominanza del diritto di cronaca, sancito dall’art. 21 della Costituzione Italiana.

In questi giorni, Fabrizio Gatti scrive sul suo blog di firmare la petizione per la candidatura di Lampedusa al Premio Nobel per la Pace 2014:

Fuori dei centri di detenzione dove i sopravvissuti vengono rinchiusi per legge, del filo spinato, della reclusione fino a diciotto mesi, della politica estera incapace e inconcludente, Lampedusa è così. Gente che non fa differenza tra amici o nemici. Connazionali o stranieri. Cittadini o clandestini. Ecco perché una volta seppellite le decine e decine di morti e placate le polemiche, dopo aver premiato nel 2012 l’Unione Europea, colpevole assente in questa tragedia sulle sponde del Mediterraneo, il Nobel per la pace dovrebbe andare agli abitanti di quest’isola, capitale mondiale d’umanità.

Poco è cambiato da otto anni fa ma- anche se in Italia c’è qualcuno come Bossi che spera la sua legge non venga modificata perché unica barriera contro l’invasione dei clandestini- ci sono anche molte altre persone che non vedono barriere tra gli uomini,  e casualmente non sono politici.

Io ho firmato, firma anche tu.

#AntonellaSca

clandestini

#ViaggioSenzaAndataNéRitorno

3 Ott

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Ieri, 3 ottobre 2013, naufragio a Lampedusa. L’ennesimo.

Quando un essere umano lascia il proprio paese  per un altro, teoricamente più ricco e lo fa imbattendosi in un viaggio ignoto, che non assicura la salvezza, egli è irreversibilmente disperato.

Attraverso questo primitivo ragionamento è possibile giustificare il coraggio di chi, come il migrante che dall’Africa cerca di raggiungere l’Italia, sfida il mare aperto (senza saper nuotare), mettendo la propria pelle in mano a uno scafista, spesso neanche compaesano, pronto a traghettarlo, a bordo di una nave da quattro soldi, dritto dritto all’inferno.

Il barcone con a bordo i migranti parte, non sappiamo come, dove e quando. Solca quelle acque che i  passeggeri considerano salvifiche.

Poi nei pressi della meta di arrivo qualcosa non va.

Tempo un’ora e la  maledetta possibilità di naufragare si concretizza, prima ancora di essere accettata da chi è a bordo.

Salutano per sempre questo mondo uomini, donne, bambini, a volte intere famiglie, colpevoli non aver superato l’ultimo scalino della lotta alla sopravvivenza.

Il mare è ghiotto tanto di pesci quanto di umani.

Quando ci ripensa e  decide di essere generoso, lo fa restituendo non vite, ma cadaveri.

Riposino in pace tutti i migranti che a differenza dei loro compagni di lotta non ce l’hanno fatta.

#Silvia

http://www.youtube.com/watch?v=RxUAyeO_X7M

#QualcosaSiMuove?

30 Set

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Ogni tanto una notizia che ti fa tirare un sospiro di sollievo. Dopo notevoli tensioni in patria, con recenti esiti molto gravi, e a seguito anche di pressioni europee, le istituzioni greche hanno finalmente deciso di mettere al bando il partita neonazista ed ultranazionalista greco.

Nikos Michaloliakos, fondatore e leader storico di Alba Dorata, è stato arrestato con l’accusa di essere a capo di una vera e propria organizzazione criminale responsabile di almeno tre omicidi, pestaggi, estorsione e riciclaggio di denaro. Assieme a lui sono finiti dietro le sbarre altri deputati mentre il numero due del partito, Christos Pappas, è ancora ricercato. Tra i 36 mandati di cattura ordinati dalla Corte Suprema ve ne sono alcuni che riguardano agenti di polizia; finora ne sono stati arrestati solo due.

Le manette sono scattate dopo che il procuratore Charalambos Vourliotis ha emesso i mandati relativi alle indagini sull’omicidio del rapper antifascista Pavlos Fyssas, avvenuto il 17 settembre in un sobborgo di Atene per mano di un militante del partito xenofobo e antisemita, con l’aiuto di altri camerati. È stato proprio questo episodio ad aver finalmente lanciato il campanello d’allarme al governo di Antonis Samaras: un movimento negazionista, xenofobo, omofobo ed antisemita, che predica e pratica la violenza e viaggia al 15% dei consensi, è un pericolo non indifferente.

Il giornalista-scrittore Dimitri Deliolanes, da decenni corrispondente della radiotelevisione pubblica ellenica a Roma, afferma che questi arresti potevano essere effettuati molto tempo prima ma che ciò non è accaduto per via di una sorta di minimizzazione delle attività di Alba Dorata. In un suo libro recente, intitolato “Alba Dorata, la Grecia nazista minaccia l’Europa”, lo scrittore porta avanti una lucida analisi sull’impetuosa e spaventosa crescita del movimento neonazista e fornisce al lettore informazioni utili relative alla vera natura del movimento stesso, a partire dal chi sono i suoi militanti fino ad arrivare ai rapporti con il regime dei colonnelli.

Alba Dorata, gruppo ristretto rimasto in ombra per più di venti anni, ha approfittato del momento giusto per far leva sulla rabbia e sulla paura della gente in preda alla disperazione, diventando in breve tempo protagonista della vita politica greca ed imponendosi come terza forza nazionale. Le sue conquiste non sono solo un pericolo per la coesione greca nonché per la sua democrazia, già in equilibrio precario; i suoi consensi aprono la strada ad una possibile avanzata di altri movimenti simili, omofobi, razzisti e xenofobi, che possono attentare ai valori fondanti dell’intera Europa.

Uno spaventoso ritorno agli orrori del passato in un mondo in cui c’è sempre più bisogno di apertura e tolleranza, non del ritorno alle piccole patrie né tanto meno del riciclo di insensati ed ancestrali odi razziali. Un pericolo, oggi, da non sottovalutare.

#Michela

#TuStaiConBarilla?

26 Set

Quando mi sveglio, a volte, vorrei aprire gli occhi e ritrovarmi in un posto lontano.

Oggi, quando mi sono svegliata,ho letto che Guido Barilla ha dichiarato-durante un’intervista a Radio24, in merito alle dichiarazioni del Presidente della Camera sul ruolo della donna nella pubblicità-che la Boldrini non ha le competenze per parlarne.

Io neanche credo di averle, ma quello che penso è che Barilla dovrebbe rivedere il ruolo della donna nella società di oggi: “E’ madre, nonna, amante, cura la casa, cura le persone care, oppure fa altri gesti e altre attività che comunque ne nobilitano il ruolo”. Ma la donna è solo questo? Se la pubblicità è una cosa molto seria-come egli stesso afferma-allora credo che qualcosa non torni.

Inoltre, il signor famiglia perfetta ha dichiarato di non fare spot pubblicitari con gli omosessuali perché la concezione culturale dell’azienda -vagamente differente- si distanzia da quella di questi gay ( sembra che appartengano ad un’altra specie) che, a quanto dice lui, hanno tutto il diritto di fare quello che vogliono , ma senza disturbare né infastidire gli altri.

Mi sono persa una qualche Legge basata sulla compensazione secondo la quale per un numero di diritti dati agli omosessuali ne vengono sottratti altrettanti agli etero?

Ogni azienda, ovviamente, sceglie le sue strategie di marketing e comunicazione, ma se la pubblicità è fondamentale , specialmente nel processo di fidelizzazione del cliente, io sono d’accordo con il boicottaggio che si è scatenato su twitter:  #boicottabarilla.

Prima di tutto perché la famiglia Barilla, più che una famiglia perfetta, mi sembra il ritratto di una famiglia italiana degli anni Trenta, e poi perché questo argomento ha risvegliato in me una riflessione su un concetto che faccio proprio fatica a comprendere: la tolleranza.

Pasolini diceva che la tolleranza è solo un fatto nominale perché se si tollera qualcuno lo si condanna nello stesso tempo. Infatti – raccontava a Gennariello nelle Lettere Luterane- al tollerato si dice che ha tutto il diritto di seguire la propria natura e che il fatto di appartenere ad una minoranza non implichi inferiorità, ma in realtà la sua diversità resta intatta e uguale sia di fronte a chi lo condanna, sia di fronte a chi lo tollera.

Ecco perché oggi non sono contenta di essermi svegliata qui, in Italia, dove sul concetto di tolleranza si è ancora fermi al secondo rigo.

#AntonellaSca

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