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#LacrimeDelleDolomitiDiSesto

2 Apr

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Sarà presentato giovedì 3 aprile alle 10.30 presso il Cinema Adriano di Roma “Lacrime delle Dolomiti di Sesto”, primo lungometraggio diretto da Hubert Schoenegger e prodotto da Geosfilm.
All’anteprima del 3 aprile il cast al completo del film sarà presente e disponibile a eventuali interviste.
Per l’occasione interverrà il generale Claudio Graziano, Capo di stato maggiore dell’Esercito italiano.

Il film racconta gli avvenimenti drammatici e le lotte sanguinose che hanno avuto luogo sul fronte dolomitico durante la Grande Guerra, ma si concentra anche su una vicenda toccante di amore e di amicizia, con un cast che va da Gedeon Burkhard (noto in Italia per aver interpretato “Il commissario Rex”, ma presente anche nel cast di “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino) a Christiane Filangieri (interprete di moltissime fiction, tra cui “Perlasca, un eroe italiano”, “Ho sposato uno sbirro” e, prossimamente, “I Cesaroni 6”).

Scenario grandioso del film sono le Dolomiti di Sesto e l’Alta Val Pusteria, nelle quali sono state girate scene mozzafiato sia nel contesto invernale che in quello estivo.
Le Dolomiti, con in primo piano le Tre Cime di Lavaredo e molti altri paesaggi altoatesini, sono lo sfondo drammatico e maestoso di una pagina di storia italiana non conosciuta da tutti e oggi sotto la lente d’ingrandimento nel centesimo anniversario dello scoppio della Grande Guerra.

 

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#SorrentinoEccoComeFunziono

4 Mar

L’8 ottobre 2011, durante un incontro organizzato all’interno di TEDxReggioEmilia, sul tema “Italia da esportazione”, ovvero una serie di buoni motivi (e persone) per cui vale ancora la pena vivere nel nostro Paese, il regista Paolo Sorrentino ha tenuto una lectio magistralis, cercando di rispondere in 18 minuti alla domanda “Come funziono”.

Ironia, calma, frustrazione, sbalordimento, malinconia e neutralità nell’osservazione del mondo, questi sono alcuni degli elementi chiave, alla base del processo di creazione artistica del neo premio Oscar per “La Grande Bellezza”.

E poi ancora la noia, intesa come sensazione positiva, necessaria per iniziare a creare dei mondi paralleli. “Annoiandosi del mondo, si ha la possibilità di creare un proprio mondo”.

#Silvia

#MocciaContinuaAfare“Cinema”

9 Ott

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Ma voi avete trovato il coraggio di andare a cinema a vedere “Universitari – molto più che amici”, l’ultimo film di Federico Moccia? Io personalmente, in tutta sincerità, non riesco nemmeno a terminare il trailer su Youtube: mi sono bloccata a 1:28.

Fondamentalmente sono combattuta: da un lato vorrei farmi forza ed andarci, per sperimentare sulla mia pelle il brivido live dello sdegno; dall’altro, invece, mi freno, perché già so che non ce la posso proprio fare. Mettiamoci una bella dose di vergogna –magari dovrei recarmi ad un cinema in cui so che ho scarse possibilità di incontrare gente che conosco o camuffarmi con parrucca ed occhiali da sole- e aggiungiamoci un insieme di aspettative che sono già quasi delle certezze e non necessitano di ulteriori conferme. E diciamo pure che, trattandosi di un film di Moccia, sappiamo già cosa ci aspetta. Non sarebbero nemmeno due risate “a gratis”: uno perché devo pagare il biglietto e due perché non ci sta proprio niente da ridere. Piuttosto c’è da piangere.

Nel mentre mi trastullo leggendo un po’ di commenti e recensioni, quasi tutti dello stesso segno, cerco di saperne qualcosa in più. Dunque, il film vuole essere un racconto di studenti universitaria ma sembra fare tutto tranne che parlare della reale vita dei suddetti con i loro effettivi problemi annessi. Completamente assenti riflessioni sullo studio, sull’occupazione e sul lavoro che non c’è: questo film ci presenta un mondo che sa poco di reale e tanto di finzione. La storia di base, molto semplice, è interamente incentrata sull’evoluzione della convivenza di tre ragazzi e tre ragazze che condividono la stessa casa lontana chilometri dalla città universitaria: dai possibili, problemi iniziali, si giunge inevitabilmente al lieto fine, ed i sei finiscono così per formare un’unica, grande famiglia che sembra compensare quel vuoto dato dai soliti genitori troppo assenti o, al contrario, fin troppo presenti e quindi soffocanti. Ma di università c’è ben poco. Del resto, solo una scena è stata girata nella città universitaria de La Sapienza ed un’altra presso il Centro Sperimentale di Cinematografia. Ed è proprio qui che si verifica il dramma, l’indicibile – perdonatemi lo spoiler, ma è d’obbligo- : Carlo, uno dei protagonisti, avendo perso il girato il giorno prima della consegna della tesi, rimedia portando alla discussione un videoclip in cui ha assemblato le situazioni più strane vissute assieme con gli amici da ubriachi. Il relatore, alla fine, sembra gioire e si complimenta, soddisfatto, col ragazzo, per aver lasciato perdere il documentario sui problemi dell’università. Carlo,di tutta risposta, annuisce, riconoscendo che quel prodotto in effetti “vale molto di più”.

Insomma, i presupposti per una pellicola interessante ci sono proprio tutti. Come se non bastasse, giusto per riportare un po’ di giudizi tecnici, più che un film questo lavoro di Moccia sembra, come al suo solito, un ibrido a metà fra un reality e una sitcom, con la classica voce fuori campo che fa le veci della messa in scena unita a dialoghi leggeri, privi di spessore, a volte assenti e rimpiazzati da musica, battute infantili e litigi sparsi, privi di senso, buttati qua e là per colmare vuoti di contenuti. Non c’è creatività, non c’è profondità di temi, non c’è cinema. Dunque, credo di aver presente lo stretto necessario. Se dovessi decidermi, in questi giorni, ad andare a vederlo, scriverò qualche riga in più. Per il momento preferisco aspettare che il film esca in tv, così mi risparmio i soldi del biglietto e preservo anche qualche barlume di dignità. Del resto, a cinema si va quando ne vale davvero la pena. E non mi sembra proprio questo il caso.

#Michela

#TeoBellia,OltreLaVoce

3 Set

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Voce di tantissimi personaggi del grande e piccolo schermo, in carne ed ossa e animati, da Michael J. Fox, Danny DeVito e Nicolas Cage, passando per Boe Szyslak de I Simpson, a Ciop di Cip&Ciop, proseguendo per I Puffi, I Griffin, Holly&Benji, fino a Dallas, Saranno famosi, Prison Break e tanti altri ancora. Ma Teo non è solo una voce, è anche conduttore tv, radiofonico (in onda tutti i giorni con L’Arca su EcoRadio), attore televisivo e teatrale. Opera davvero a 360° nel campo della comunicazione.

 Il doppiaggio è sicuramente l’attività che lo occupa per la maggior parte del tempo.

Dal 1979 a oggi ha percorso questo settore in ogni sua forma.

Come è iniziata la tua carriera?

«La mia carriera inizia come dj. Ricordo le prime feste di compleanno, dove tra luci, casse e microfono intrattenevo gli amici. Poi nel 1973 l’approdo alle prime radio private, tra le quali Radio Emme. Era un momento straordinario per la radio, iniziava lo scardinamento al monopolio Rai».

E l’attività di doppiatore come è iniziata?

Una ascoltatrice di Radio Emme mi chiamò per farmi fare un provino da doppiatore, era il 1979, e da lì comincio la mia attività, grazie a quell’ascoltatrice, Sonia Scotti (attrice e doppiatrice; voce di Whoopi Goldberg), che non finirò mai di ringraziare».

Quale è il personaggio a cui sei più legato?

«Ho un legame particolare con Michael J. Fox, che ho doppiato in Ritorno al Futuro, nel 1985. E’ stato il punto di svolta della mia carriera di doppiatore, l’attore protagonista del film dell’anno mi ha fatto prendere consapevolezza dei miei mezzi e delle mie capacità.

Sono molto legato anche a Joe Pesci. doppiato in Arma Letale. E poi Matt Dillon, in Tutti pazzi per Mary, con il quale mi sono divertito tantissimo.

Non ho pudore nel doppiare personaggi buffi, o cartoni animati, a me diverte anche fare il “pupazzetto”, e credo si senta attraverso i risultati del mio lavoro».

Dal 1994 docente dei corsi di formazione a Roma..

«Sì, con enorme soddisfazione ed entusiasmo, spiego ai ragazzi che questo mestiere non è solo voce, ma siamo attori virtuali posti in una condizione più scomoda di quelli reali.

Trovare verità per un attore su un set è più facile che per un doppiatore in una sala buia, da solo, davanti ad un foglio ed un microfono. Sono molto contento per il numero crescente di iscritti ai corsi. La fine dei lavori sicuri ha fatto sì che “persi per persi” si trovi a tentare di a sfruttare doti artistiche».

Oltre a quello di doppiaggio quali altri corsi offre la Magma Lab?

«Oltre al doppiaggio ci sono corsi di Scrittura teatrale, Conduzione radiofonica, Conduzione televisiva e Recitazione (magmalab.eu).

I docenti dei corsi che mi aiutano nell’insegnamento sono professionisti di ottimo livello, come Gennaro Monti, Giovanna Nicodemo, Angiola Baggi, Giorgio Locuratolo, Fabrizio Failla, e tanti altri ancora. I nostri corsi rispondono ad una esigenza pratica, e non quella tipica teorica ed accademica».

Impegni futuri?

«La direzione del doppiaggio di Dexter ottava stagione e di Franklin&Bash 3; una rappresentazione teatrale al Teatro Testaccio a Roma, “Quell’estate”, per la regia di Stefano Mondini; e le lezioni didattiche dei nuovi corsi del MagmaLab, con un nuovo grande spazio a disposizione in Via Alberico II (a Roma) che si aggiunge alla sede di Via degli Scipioni. E poi…si vedrà ».

#Simone

#AlessandroPrete,IlBuonCattivo

29 Ago

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Alessandro Prete è figlio d’arte, suo padre è stato un noto attore di film poliziotteschi degli anni ’70. Fin da ragazzo ha deciso di seguire le orme paterne dedicandosi al mestiere dell’attore, diventando così, in breve tempo, uno tra i più interessanti interpreti della nuova generazione.
È noto al grande pubblico per aver lavorato in numerose fiction di successo, come Distretto di Polizia, Carabinieri, Incantesimo, Romanzo Criminale, Crimini 2, e Rex.

Quanto l’essere romano ha influenzato la tua recitazione?

«Devo dire che la mia romanità mi ha agevolato in alcune interpretazioni, come quando ho recitato nella fiction Vite a perdere, alla quale sono molto legato, o come accaduto per la serie tv Romanzo criminale.
In quelle occasioni la mia romanità mi ha aiutato a creare i personaggi, anche se la romanità riprodotta in Romanzo Criminale è quella di tutt’altra epoca, una Roma degli anni ’70, molto diversa da quella attuale, in quel caso ho dovuto realizzare uno studio sul gergo, sulla cadenza, e sui modi, diversissimi da quelli dei giovani di oggi
».

Molto spesso vieni chiamato a recitare nei panni del il personaggio del “Cattivo”..
«Beh, sì, molto spesso mi capita di interpretare il ruolo del cattivo. Devo ammettere che già per motivi fisici sono portato per questa parte, e dopotutto sono molto riconoscente a questo ruolo che mi ha dato la possibilità di farmi conoscere dal pubblico, un ruolo che mi gratifica, e per il quale mi diverto a lavorare cercando di non cadere mai nei soliti clichè».

Cinema, tv, e anche molto teatro, che oltre a vederti nei panni di attore ti vede anche in qualità di autore e regista.
«È sempre molto difficile far sì che il lavoro di un giovane autore giri in circuiti importanti, ma fortunatamente ho avuto il  piacere di arrivare anche a questo obbiettivo, e sono stato premiato dagli spettatori. Tante sono le soddisfazioni che mi prendo grazie al teatro, luogo che adoro, e che attraverso il quale posso sperimentare molto. Un luogo dove trovo il giusto equilibrio recitativo per poi tornare ad interpretare il ruolo del cattivo per il cinema e per la tv. È qui che ho imparato la disciplina della recitazione, è qui che ho fatto la mia gavetta».

Cosa è cambiato in questo ambiente dai tempi dei tuoi esordi ad oggi?
«Purtroppo ora c’è meno lavoro, e ci sono molti meno soldi. Non ci sono più in questo ambiente produttori che investono di tasca propria, né che hanno il coraggio di rischiare, e la qualità si è abbassata.

Sta scomparendo del tutto la meritocrazia, ma certo non racconto nulla di nuovo e non voglio neanche annoiare con i soliti discorsi. Quando ho iniziato c’erano molte più possibilità e molte più alternative, invece ora si litiga per le briciole.
Non me la sento di andare a scioperare o di protestare sui red carpet, non sono per questo genere di intellettualismi, penso che i cambiamenti si facciano sul campo.
Quello che guadagno con la tv lo rinvesto nel teatro, nella mia associazione culturale, la Nuovo Rinascimento, attraverso la quale permetto ai giovani di avere l’occasione di salire sui i palchi di ottimi teatri
».

Un consiglio per i giovani attori?
«Ho avuto fortuna, ma ho fatto anche tanta gavetta, e la gavetta è importante per la crescita personale. Anche se per un periodo posso “stare fermo”, mi sono costruito un mestiere che mi permette comunque di lavorare, ed è per questo che ora riesco a scrivere ed a dirigere, oltre che ad insegnare, come faccio presso l’Accademia Corrado Pani.
Mi sento libero dal sistema, e questo spirito lo voglio insegnare. Non esistono carriere e strade facili, occorre realmente “costruire” il mestiere di attore, non ci si improvvisa tali. Io lo reputo come un mestiere artigianale, e come tale si impara giorno dopo giorno».

Prossimi impegni lavorativi?
«Ho da poco finito di girare, come attore, un film per il cinema, il titolo è  La banalità del crimine; a breve reciterò in due spettacoli in cartellone al Teatro Eliseo di Roma, Paura d’amarsi, in programma per i primi giorni di novembre, mentre a marzo reciterò in uno spettacolo su Frida Kahlo, dove sarò impegnato anche come regista».

#Simone

#AddioPizzaCinematografica

24 Ago

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A Natale la pellicola riempirà le sale italiane, questa, però, sarà l’ultima.
Il cinema sta cambiando forma, da gennaio i film, al netto di qualche ritardatario, viaggeranno solo in formato digitale. Alle “pizze” resta solo qualche mese di vita. Ed è probabile che l’ultima pellicola oggi sia ancora negli Stati Uniti. A Rochester, Illinois, nella fabbrica della Kodak, rimasta la sola azienda al mondo a produrla in modo industriale. La giapponese Fuji è stata rapida a riconvertirsi, ora vende cosmetici. Kodak invece no e la rivoluzione digitale, tra cinema e fotografia, l’ha trascinata alla bancarotta. Con fatica ora cerca di ripartire e il piano di risanamento prevede un piccolo spazio per la pellicola. Intanto però il mega stabilimento di Chalon, in Francia, è stato degradato a semplice magazzino. E l’ufficio di Roma, che per decenni ha soddisfatto le richieste di Cinecittà, ha chiuso. Il materiale si ordina online, e arriva dall’America via nave.
Perfino tra i registi i fanatici della pellicola sono rimasti una minoranza, «otto su dieci ormai girano in digitale», assicura Richard Borg, amministratore delegato in Italia di Universal e presidente dei distributori Anica.
Si sono convinti anche Steven Spielberg e Giuseppe Tornatore. Resiste Paolo Sorrentino, Roma decadente de La grande bellezza è impressa su pellicola.
Ad essere in ritardo sono alcune sale cinematografiche, specie le più piccole. All’ultimo rilevamento ancora il 35% non aveva fatto la conversione. L’ultima pellicola arriverà in Italia soprattutto per loro. Anche se gli stampatori, i centri dove realizzare le “pizze” definitive dei film, non saranno facili da trovare. Prima Technicolor e poi Deluxe, i due leader di mercato, hanno chiuso i loro stabilimenti italiani.
Questione di costi, «con il passaggio al digitale arriveremo a dimezzare le spese di distribuzione», spiega Richard Borg. Forse perfino di più, se stampare una copia in pellicola costa dai 500 ai 700 euro, mentre un hard disk digitale, il Digital Cinema Package (DCP) che la sta sostituendo, viene da 150 a 200. Per chi le trasporta, la differenza è tra 35 kilogrammi di “pizze” e un kilo di scatoline di plastica.
La tecnologia era pronta da una decina di anni. Le major dovevano solo trovare il modo giusto per imporla, convincendo gli esercenti a sostituire i loro proiettori analogici da 35 millimetri con un impianto digitale. Investimento di circa 55mila euro, da moltiplicare per ogni sala.
I piccoli protestano, molti dicono di non farcela. «In Italia abbiamo circa 3500 schermi, quelli in difficoltà saranno 500», stima Luca Proto, vicepresidente di Anec, Associazione esercenti cinema e proprietario di diverse sale nel Triveneto.
Il destino della cellulosa per il cinema, allora, è quello che già vive nel mondo della fotografia, non scomparire, ma diventare un prodotto di nicchia.
Capitava, seduti nelle ultime file, di sentire un fruscio, di intravederli nella cabina. Con il digitale, al massimo sentiremo un paio di operatori al pc che schiacceranno tasti nella sala proiezione.

#Simone